Si scende.
8 maggio 2010
Sono le 8:10, mi sono appena seduto su un muretto, ho un ombrello con cui ripararmi, ho carta e penna, le sigarette… bene.
Sto per salutare questo blog.
Ho dormito pochissimo stanotte.
All’alba ero già sveglio e avevo bisogno di muovermi.
Anche se fuori pioveva.
Sono arrivato in ufficio con molto molto anticipo; nel quartiere in cui lavoro il signore della torrefazione ormai sa come preferisco il caffè e la vecchietta che vende la frutta mi saluta come se mi conoscesse da anni.
Quando è diventata la mia normalità?
Ho comprato un cornetto, un cappuccino e sovrappensiero sono arrivato al Gianicolo.
“Ad avercene come te, Gianni. Resti con noi”.
Una frase ed improvvisamente atterro a Roma, il viaggio che ho intrapreso anni fa è giunto al termine.
Si scende.
Questa città mi ha invitato a farne parte un po’ per caso.
L’ha fatto vedendomi accovacciato su quel gradino a Valencia sotto la pioggia, mentre un taxi si portava con sé un amore e quello dell’addio era l’unico rumore che sentivo.
Dicono che chiusa una porta si apra un portone. Il momento più difficile ovviamente è quello in cui si gira la chiave, ci si volta e si va via. Si percorrono quegli scalini che ti portano al piano terra e lì evidentemente si apre il famosissimo portone.
La mia vita è sempre stata un Monopoli.
Un blocchetto di Imprevisti e Probabilità, eppure non mi ero mai accorto che dietro ad ogni carta era stata stampata la parola “Roma”.
Guardo questa città dall’alto.
E’ vero. Non vado via.
Per uno come me abituarsi a questa idea è un po’ strano, ma è chiaro che il tempo di lasciarmi travolgere dai luoghi in cui ho vissuto e sussurrare una serie di “ciao, addio, arrivederci” è finito.
Le ho appena chiesto cosa sono stato per lei in tutti questi mesi.
“Sei stato giri interminabili in auto cantando a squarciagola, una “stanza vuota” pronta ad essere arredata, il trasferito, il terrone, una sbandata estiva, il disprezzato, il nuovo amico, una parete bianca, l’usurpatore, la boccata d’aria nuova, un condizionale, il fortunato, l’uomo con la valigia, un testardo, un ladro di esperienze, vocali chiuse, vocali aperte, il segreto, il primo grande amore, lo sfruttato, lo svuotato. Sei quello scelto, ma anche quello non scelto, sei un abbaglio, sei ieri. Sei oggi. E devi essere domani.”
Il mio viaggio ha avuto come unico compito quello di risvegliare in me le parole e i ricordi che ora non riesco più a controllare. Me ne sono accorto due notti fa, quando mi sono ritrovato a scrivere di nuovo per ore, come non mi accadeva da anni. Non scriverò più per questo blog, voglio tornare a scrivere nuove immagini di nuove storie lontano da qui, chi le vorrà colorare con i propri pensieri dovrà solo chiedermele ed io gliele cederò.
L’estate sta per arrivare, non avrò il mio mare questa volta. Non ho idea di dove lascerò perdere i miei occhi, ma voglio fidarmi e permetterò che le novità mi arrivino con violenza e mi sconvolgano.
Ero in auto, Tori Amos cantava per me.
All’improvviso mi sono visto piccolo con mia madre che mi portava al primo Mc Donald’s a Piazza di Spagna e subito dopo ho intravisto che piangevo perché quel cetriolo non mi piaceva; mi sono visto con uno zaino in gita di fronte al Colosseo; con amici in vacanza; con una valigia in mano un anno e mezzo fa; con mia nonna al luna park venti anni fa.
Ho abbassato il finestrino, tutti quei me si sono voltati e mi hanno riconosciuto.
Ogni viaggio che si rispetti provoca adrenalina pura e voglia di raccontarlo a tutti.
Se questo non capita vuol dire che il percorso è stato sbagliato o semplicemente frainteso.
Ed ogni viaggio ha i suoi protagonisti.
Mi è tornato in mente un concetto che ho elaborato qualche tempo fa:
La lingua italiana è l’unica che permette di dire ADDIO e TI AMO.
Gli estremi in una sola forma di comunicazione.
Eccoli i protagonisti.
“Ti voglio bene” e “A presto” sono solo attori marginali.
Una volta mi hanno portato su un tetto a vedere questa città dall’alto, ricordo che il cuore è esploso. Poi mi hanno rimproverato e mi hanno fatto scendere dicendomi che quel posto non mi spettava.
Mi sono ritrovato a doverla vedere dal basso, mettendomi anche in punta di piedi per capirla meglio.
Sto imparando a conoscerla.
Ed incredibilmente, è bella anche da qui giù.
- Pronto? Sono a Roma, tu che fai?
- Gianni!!! Sto tornando a casa.
- Perché?
- Come perché? Perché stai arrivando, voglio aspettarti, cucino io! Ah, ho pulito tutto!
Grazie.
Il mio corpo ha sorriso. E anche qui c’è qualcuno che mi aspetta.
18 mesi per atterrare, mi hanno detto che c’è voluto tanto tempo a causa delle turbolenze.
Non ho tempo per pensare al destino, sono più rapido di lui, non mi va di aspettarlo.
Qualcuno in questa mia frase mi ha capito del tutto.
Grazie.
Prima di andare a lavoro un ultimo sguardo su questa città ed una famosa canzone ad accompagnarlo:
“…You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one”.
Non piove più. C’è qualcun altro che sognerà con me in questa città, è da qualche parte e sta cominciando la sua giornata.
Un giorno ci presenteranno e ci riconosceremo. Per cominciare gli offrirò un cornetto in quella torrefazione, mi ricorderò di me e gli racconterò del mio viaggio.
Per ora disfo i bagagli.
Il resto sarà la vita.
Tonight.
2 maggio 2010
Una canzone stanotte mi ricorda di me.
15 metri.
25 aprile 2010
“Gianni, che aspetti? Buttati!”
Sono sicuro di soffrire di vertigini.
Quando cammino con qualcuno al mio lato, mi posiziono sempre leggermente più avanti per assicurarmi che non ci siano buche o ostacoli.
Cadere è il peggior verbo che conosca.
Ma riesco a dimenticarmene.
Ogni volta che mi ritrovo in alto dei brividi bollenti mi scorrono per le gambe.
Eppure non posso farne a meno: devo sporgermi per vedere quanto sono lontano. E in alto.
Mi assicuro sempre di stringere per bene qualunque cosa salda sia intorno a me.
Così mi dimentico di aver paura. E mi proteggo.
- Che è successo? Ti sei sbucciato il ginocchio?
- Sì (singhiozzando)
- E allora andiamo all’ospedale. Ti curano e tra qualche giorno tutto passa. Oppure ci vediamo per bene la ferita, ci mettiamo un cerotto e poi fai vedere ai tuoi amici quanto sei forte. E torni subito a giocare. Scegli tu.
- Vabbeh, chiama la mamma e mettiamo un cerottino. Ma voglio il gelato.
Durante l’adolescenza uno dei sogni più ricorrenti era quello di volare.
Ma il mio volare aveva un qualcosa di strano: io volavo sfiorando l’asfalto.
Ricordo che non avvertivo il desiderio di arrivare in alto, di impadronirmi dei poteri di qualche supereroe.
Seguivo il pavimento accarezzandone la superficie con la pelle, mantenendo il mento in alto, sorridendo.
Mi sentivo forte.
Quando vivevo in Spagna avevo la stessa identica sensazione.
Volavo, senza toccare necessariamente il cielo, non era l’estremo ciò a cui ambivo, ma ad ogni passeggiata nei vicoli, in riva al mare o seduto di fronte alla cattedrale, io volavo.
I piedi erano ben per terra, certo, ma ero comunque sospeso.
Sorretto solo dalla pienezza della mia anima che quegli istanti mi regalavano.
“Gianni, che aspetti? Buttati!”
Ieri, dopo aver sentito questa frase per l’ennesima volta, sono stato catapultato indietro nel tempo.
Di nuovo in quell’isola.
Luglio, 2007.
Avevamo affittato un’auto, l’isola di Mallorca nasconde angoli inesplorati.
Ricordo le traversate sui monti osservando il mare dall’alto.
Si arrivava sulla cima, ci si fermava a fissare l’acqua che a sua volta ci osservava in silenzio a 3000 metri di distanza.
Sentivo il panico invadermi.
Se fossi caduto non mi avrebbe spaventato l’ipotetico urto ma ciò che avrei provato nel viaggio che avrei intrapreso.
E poi di nuovo giù per quelle stradine, che mi ricordavano quelle della mia regione.
Ad ogni curva un panorama diverso, e riesco ancora a sentire il cuore che mi batteva impazzito sottoponendosi a quei colori, tutti diversi, che diventavano improvvisamente miei.
- Gianni basta, esci dall’acqua, dobbiamo tornare!
- Sì ragà, una nuotata veloce e vi raggiungo.
- Dai, andiamo!
Ogni volta che sollevavo la testa per respirare fissavo quel punto.
Uno scoglio alto 15 metri.
Mi fermai lì sotto lasciandomi sostenere solo dal mare.
Solo.
Il sole stava per tramontare, l’acqua non era nemmeno così accogliente a quell’ora.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quello scoglio.
- Gianni, dai!!
Mi voltai, si stavano dimenando con le braccia per richiamarmi.
Senza rendermene conto poggiai un piede sulla prima roccia che separava quei 15 metri dal mare, allungai la mano e mi tirai su.
Iniziai a scalare quello scoglio, totalmente drogato.
Avevo paura.
Ma dovevo.
L’acqua mi scivolava sulla pelle e tremavo per il freddo.
Non era un semplice provarci.
Avevo la sicurezza che fosse l’unica cosa giusta da fare in quel momento.
- Ma che fai? Sei impazzito?
Il costume si impigliò in una roccia, mi graffiai, persi l’equilibrio.
Caddi in acqua.
Mimando perfettamente un morto a galla, rimasi lì ad osservare quella cima irraggiungibile.
Che mi guardava e mi sfidava.
Chiusi gli occhi, lentamente scesi in profondità, tornai a riva trattenendo il respiro.
Dietro di me quell’opportunità abbandonata.
Ero talmente arrabbiato da non sentire nemmeno il sale che prendeva in giro il graffio sulla gamba.
I miei amici mi guardarono riemergere, si misero a ridere.
- Ma che pensavi di fare? Vuoi sempre esagerare.
Mi avvolsero nel telo, mi asciugarono come se fossi un bambino.
Mi rivestii, mi voltai e vidi in lontananza quella roccia.
Tornando indietro seguimmo dei ragazzi inglesi, la spiaggia che avevamo trovato si disperdeva fra due rocce altissime separate l’una dall’altra solo per far conoscere il mare alla terra.
All’uscita della grotta, mentre tutti ridevano, alzando lo sguardo notai che quello scoglio era vicinissimo.
- Ci prendiamo un caffè? Gianni, no, dove stai andando adesso? Dobbiamo restituire l’auto, dai!
Il sole se ne stava andando, ma non avevo freddo, su di me una felpa, un bermuda asciutto e delle converse.
Mi ritrovai a saltare qua e là.
Lo vidi.
Mi avvicinai.
D’improvviso l’incoscienza che mi aveva spinto sparì.
Guardai i miei amici ridendo.
- Voglio solo vedere quanto è alto!
Ed era altissimo. Come mi era venuto in mente?
Feci un passo indietro.
Senza volerlo sfiorai con le dita il graffio sulla gamba.
Ero arrivato lassù mentre stavo rinunciando.
Una mia amica mi raggiunse:
- Ma quanto sei scemo? Bravo, è alto, contento? And…
A metà volo ho sentito il cuore fermarsi.
Ho pensato: ecco, finisce tutto qui.
Il cuore credo abbia smesso di battere.
O forse batteva talmente tanto forte che il mio corpo non ha riconosciuto quel nuovo ritmo e non è riuscito a congelarlo nella mia memoria.
Ho aperto gli occhi, 15 metri sono interminabili.
Paura, adrenalina.
Avevo le braccia conserte.
Pochi secondi.
Ho aperto gli occhi.
Ho alzato le braccia, il mio corpo andava giù, la mia mente intanto volava più in alto.
Ricordo che sott’acqua mi sono messo a ridere.
E ho continuato a ridere per tutto il tempo in cui i miei polmoni mi hanno permesso di rimanere lì sotto.
“Gianni, che aspetti? Buttati!”
Ogni volta, prima del salto, tremo.
Ma riesco a dimenticarmene.
Solo perché, ogni volta, dopo, rido.
Ok, mi butto.
Lui si ricorda di sè.
11 aprile 2010
Come ci si vestiva negli anni 50?
Cosa accadeva 60 anni fa?
I miei genitori cominciavano a conoscere il mondo, i miei nonni continuavano ad amarsi, la guerra era solo un ricordo, i frigoriferi erano priorità dei ricchi, Elvis cantava e la gente si dimenava.
Chiudo gli occhi, il bianco e nero di ciò che posso solo immaginare va via.
I colori erano netti, il rosso, l’arancione, c’erano già tutti.
Ma sono sicuro che avevano più sapore di quelli di oggi.
Niente internet, niente pixel. i tessuti erano più rossi, le mele erano più gialle, le biciclette erano più celesti, gli occhi erano più speranzosi.
Ho bisogno di un paio di bretelle per la festa di stasera, non ne ho, quanto potranno costare?
Faccio un giro, mi perdo fra i mercatini, entro in un paio di negozi cinesi:
- Mi scusi, avete bretelle?
Mi portano delle scodelle.
- No. Vabbeh.
- Glazie, ciao.
Niente, non trovo nulla.
- No, mi spiace, le abbiamo finite, ormai non le compra più nessuno.
- Ok, arrivederci.
Torniamo a casa và, mi accendo una sigaretta, mi cade l’accendino, lo raccolgo, rialzandomi c’è un negozietto che mi fissa. Ci sono delle maglie bordeaux in vetrina.
È il mio colore, andiamo a vedere.
- Ehm, buonasera, una domanda, ha delle bretelle?
Lui ha sicuramente 80 anni, un paio di occhiali posati sul naso con una catenina che gli scivola sul collo, una forbice in mano, dei pezzettini di stoffa sul bancone.
Mi sta guardando. L’azzurro dei suoi occhi ha ancora 20 anni.
Mi scruta. E’ perplesso. I miei piercing fanno sempre lo stesso effetto sugli anziani.
Perché questo pazzo si è fatto trafiggere così? Leggo i suoi pensieri.
È titubante, perché mai dovrei comprarmi delle bretelle?
- E’ per una festa, lo so, le spiego, devo tornare negli anni 50 stasera, è una festa a tema, indosserò una maglietta nera, dei pantaloni grigi e non ho altre idee…
Mi sorride. Improvvisamente.
- Che begli occhi che hai giovanotto.
Gli ho sorriso con lo sguardo, ne sono certo.
- Vieni, vieni, ti faccio vedere quelle che ho.
Mi prende la mano, mi accompagna nell’angolo del suo negozietto,
- Oh, mi dispiace, mi è rimasto solo questo colore. Ma è come l’argento, magari può piacerti. Io quando avevo la tua età, quanti anni hai? 25 no?
- 28.
- Eh sì, io mi prendevo quelle di mio fratello, e giù a scappellotti sulla testa quando mi scopriva. Ma avevamo solo quelle in casa. Le mettevo perché sembravo più bello. Mi piacevano le ragazze, una di più delle altre.
La mia mente, regista maledetta della mia vita, ha subito registrato tutto, una scena riuscita al primo ciak, non c’è dubbio.
- Lei mi piaceva, ma noi dovevamo ballare nelle cantine, non c’erano molti divertimenti al mio paesino. E non veniva mai.
- Di dov’è lei?
Mi fissa, ho paura che non se lo ricordi.
- Andavamo nelle cantine, giocavamo a carte, poi però si poteva ballare, e prima di cena venivano le ragazze accompagnate. La più bella veniva poche volte. Quando veniva ce la portavano i fratelli. Però, però.. (e si avvicina come se mi volesse confidare un segreto) me la sono sposata. A mio fratello che fastidio che c’ha dato! era invidioso. Allora io gli rubavo le scarpe.
- E anche le bretelle, no?
- Eh, però mi dava degli scappellotti quando mi scopriva. Senti giovanotto, e che ci devi fare?
- Devo andare ad una fest…
- Ecco, ti faccio vedere. Oh, ho solo queste. Vanno bene?
- Certo, sì, perfette.
- Quanto vengono?
- E che festa è? A me piaceva andare a ballare, ma dovevo lavorare, non c’erano i soldi da noi. Tu lavori giovanotto?
- Sì.
- E che lavoro fai?
- Eh, ha presente i film? Io lavoro dove si scelgono gli attori.
- Ah.
Si è perso.
- Niente, riguarda il cinema..
- Aaah, il cinema. Bello, bello. Nel mio paesino ce n’era uno. Non ci sono mai andato.
- Non è mai stato al cinema?
- Sì, una volta, con i miei nipoti. Eh ma quelli non mi chiamano mai. Mia moglie era più brava con loro.
- E in televisione non ne vede film?
- Eh, ma io ci vedo poco.
E ride.
- Vanno bene queste bretelle?
- Sì sì, grazie, perfette.
- Che bravo che lavori, i giovani di oggi non vogliono lavorare, tu sei bravo che lavori.
- Sì, ma non mi pagano, per ora!
E sorrido.
- Sì ma se loro vedono che ti dai da fare, che sei bravo, che lo vuoi fare, loro poi ti pagano.Tu devi tenere duro, in tutto. Devi essere forte, e poi quello che vuoi lo avrai. Guarda che occhi che ti ritrovi, puoi fare quello che vuoi, credimi. che poi, anche chi è laureato oggi non lavora.
- Eh, io sono anche laureato.
- Eh, sei pure laureato. Ecco, che bravo.
- Già.
Incarta la scatoletta delle bretelle con cura, come se fosse un regalo.
La mano gli trema.
- Divertiti stasera, hai gli occhi grandi e forti giovanotto.
Mi stringe la mano e non la lascia andare.
Non vede più il piercing sul sopracciglio, è chiaro.
Chi ha gli occhi più forti fra me e lui adesso?
Mi sorride.
- Ti faccio tanti auguri, tieni duro eh, che così almeno vivi.
- Arrivederci.
Tieni duro, eh, che così almeno vivi.
Esco, rovisto nello zaino.
Dove sono, mannagghj…? Eccoli.
Me li metto subito.
Occhiali da sole alle otto di sera. Certo.
Sto per starnutire.
No.
Sto per piangere.
Lui si ricorda di sé.
Mi ricordo di me.
6 aprile 2010
“Sono stata brava, non ti chiedo nemmeno cosa vuoi mangiare domani!”
“Perché l’hai già deciso mamma!”
“Non ti fai fare nemmeno le coccole.. chi te le fa a Roma le coccole?
“Nessuno mamma”.
Nessuno, mamma.
O forse non me lo ricordo.
Boom!
Tutto inizia da qui.
Tutto ora va oltre il tangibile… la verità è questa: nessuno ha avuto il permesso di coccolare i miei ricordi.
2 aprile 2010. Taranto.
Questa città parla di me. Qui ho iniziato a sognare, a fare tutto ciò che ho poi trasformato nelle mie passioni.
La scrittura… ho iniziato a scrivere a tre anni. Non mi sono più fermato.
Non scrivevo da secoli, ed eccomi qui.
Cosa sono stanotte?
Sono un ragazzo rientrato a casa alle 3, sono mesi di lavoro e poche ore di sonno, sono lacrime e risate, sono un viaggio di sei ore in cui non ho smesso di parlare.
Ma soprattutto io, stanotte, sono due coperte rimboccate da mia madre. E scelgo di esserlo solo per farle riassaporare il piacere di sentirsi mamma.
Anche se forse gliel’ho permesso perché ho bisogno di sentirmi figlio.
E che succede allora? Ho voglia di essere coccolato?
Me lo suggerisce anche Dudy, l’orsetto che ha dormito con me per anni, una relazione finita quando mi è spuntata la barba e le mani hanno cominciato a vagare in luoghi sino ad allora ignorati.
Chissà che avrà pensato di me…
Eppure è lì.. immobile e mi guarda seduto su quel divano con quegli occhietti che mi chiedono solo di ricordare.
Questa stanza ed i suoi giocattoli mi stanno implorando di ricordare… e va bene, ho capito: sono stato piccolo!
Gioco la parte dell’adulto da anni, mi sono solo dimenticato cosa significa lasciarsi cullare.
Stasera, durante la processione, ho sentito il verbo Nazzicare centinaia di volte.
E la parte divertente è che, nel mio dialetto, Nazzicare significa proprio Cullare.
Durante la settimana santa a Taranto questo verbo è forse quello che racconta meglio lo stato d’animo di quelli come me.
I perdoni avanzano nazzicando. Per ricordare Gesù che coccola Maria, come solo un figlio può cullare la propria mamma. Perché l’ha abbandonata ma non vuole che lei smetta di sentirsi mamma.
Taranto questa notte è folla.. ricordo che il periodo di Pasqua è sempre stato così nella mia vita: processioni, perdoni, urla, musiche struggenti, troccole, mio padre che mi prendeva sulle spalle, io che puntualmente facevo cadere il gelato a terra :
“Gianni l’hai già mangiato tutto?” – “Sì mamma!” .
Non volevo che me ne comprassero un altro, non me lo meritavo. E stringendo forte la mano di mia mamma le sussurravo Grazie.
E mi lasciavo trasportare dalle luci nei vicoli dei quartieri distrutti durante la guerra, mentre la città enfatizzava il concetto della Resurrezione restituendolo al mare.
Un’ora fa, tutto di nuovo, ed ancora lo stesso buco allo stomaco.
I miei amici mi hanno abbracciato tutto il tempo, erano felici di vedermi, ormai sono abituati: andrò via ancora una volta, ma ci siamo addestrati a vicenda, sanno che non li abbandono.
Si ricordano tutto. E lo ammettono.
Stasera prima di andare incontro a questa follia tarantina mia nonna mi ha raggiunto a casa, mi è venuta incontro spalancando le braccia.
Improvvisamente i miei 28 anni sono stati racchiusi nei suoi occhi neri.
Per lei sono ancora quel bimbo che le rompeva tutti i piatti, che rideva, cantava e che le scriveva poesie.
La differenza è che prima, per sorridermi, rivolgeva lo sguardo verso il basso…
Quei suoi occhi mi hanno restituito l’esigenza di recuperare tutto.
Non ho voluto ricordare fino a quel momento, è chiaro.
Ho messo dei lucchetti alla memoria e devo aver buttato da qualche parte la chiave.
Ma non esiste una porta che non si possa sfondare.
Mi è stato spesso rimproverato di dimenticare. Beh, a quanto pare questo verbo dentro di me non è mai stato preso davvero in considerazione.
Volevo solo proteggermi. D’altronde c’è chi si difende dietro il verbo “Sorvolare” o peggio ancora “Omettere” e non viene rimproverato. Ognuno ha le proprie ragioni, no?
Anche se mi chiedo.. se ognuno di noi finisse con l’omettere davvero, giorno dopo giorno trasformeremmo i nostri ricordi.
Ricorderemmo quello che abbiamo raccontato.
E non quello che è davvero avvenuto.
E allora no, grazie.
Adesso decido di ricordare le mie verità. Una volta per tutte.
Mi alzo dal letto, le coperte rimboccate cadono a terra, frugo nei miei mobili.
Ed eccole.
Sono tutte lì.
Fotografie su fotografie.
Parti di me in ogni città in cui ho vissuto.
Anime, sorrisi, sguardi.
E’ stato tutto mio.
Ed io sono stato loro.
Mi rimetto nella stessa posizione in cui mi ha lasciato, lei si affaccerà domattina, vedrà che avrò ribaltato il letto, sa che sono un tornado quando dormo.
Ma voglio darle la sicurezza che la sua mano è stata l’ultima che ha accarezzato i miei pensieri prima di trasformarli in sogni. Che questa notte si mescoleranno ai ricordi e che, mentre dormirò, sveglieranno lentamente la mia memoria addomesticata per bene.
Posso finalmente permettermi di ricordare tutto.
Io, questa notte, mi ricordo di me.

